
Tra la primavera e l’autunno milioni di italiani fanno i conti con la dichiarazione dei redditi, un adempimento che ogni anno porta con sé un calendario fitto di date e un certo margine di confusione su quale modello usare e cosa compilare. La dichiarazione 2026 riguarda i redditi percepiti nel 2025 e arriva con alcune novità di rilievo, dagli scaglioni IRPEF ridotti a tre fino a un calendario per la prima volta differenziato tra i due modelli principali. Districarsi richiede di tenere a mente poche regole essenziali, comprese quelle scelte facoltative che troppi contribuenti lasciano in bianco per fretta o disattenzione.
Il calendario delle scadenze
La prima cosa da fissare sono i termini, perché quest’anno il 730 e il modello Redditi PF hanno scadenze distinte. Secondo il calendario dell’Agenzia delle Entrate, il modello 730 precompilato è consultabile dal 30 aprile, modificabile e inviabile dal 14 maggio, con termine ultimo fissato al 30 settembre 2026, identico sia per il modello ordinario sia per quello precompilato e indipendente dal canale scelto, che sia il portale dell’Agenzia, il sostituto d’imposta, un CAF o un professionista abilitato.
Chi utilizza il modello Redditi Persone Fisiche, l’ex Unico, ha più tempo: il termine per l’invio telematico è il 2 novembre 2026. La data ordinaria sarebbe il 31 ottobre, ma cadendo di sabato e con il 1° novembre festivo, la scadenza slitta al primo giorno lavorativo utile. Vale la pena ricordare un risvolto pratico: chi presenta il Redditi PF in sostituzione del 730 perde il meccanismo del conguaglio automatico in busta paga, e dovrà versare eventuali imposte con modello F24 o attendere il rimborso direttamente dall’Agenzia, con tempi spesso più lunghi.
Quale modello, per chi
La scelta tra i due modelli non è libera, ma dipende dalla tipologia di reddito posseduta. Il modello 730 è riservato ai lavoratori dipendenti e ai pensionati con redditi da lavoro dipendente, pensione e alcuni redditi diversi, e ha il vantaggio di consentire il conguaglio direttamente in busta paga o sul cedolino. I coniugi possono presentarlo anche in forma congiunta. Negli ultimi anni la platea del 730 si è ampliata, includendo tipologie di reddito che in precedenza richiedevano il modello più complesso, come alcuni redditi soggetti a tassazione separata.
Il modello Redditi PF resta invece obbligatorio per i titolari di partita IVA, per i contribuenti non residenti e per chi possiede redditi non compatibili con il 730. Tra le novità 2026 figurano l’ingresso nella precompilata di nuovi dati precaricati, come il bonus elettrodomestici e i contributi previdenziali INPS per artigiani e commercianti in regime forfettario, oltre al calcolo automatico del tetto alle detrazioni per i redditi sopra i 75.000 euro. Per le spese mediche già presenti nel Sistema Tessera Sanitaria, inoltre, non sarà più necessario portare fisicamente scontrini e ricevute al CAF.
Gli errori più comuni da evitare
La dichiarazione precompilata ha ridotto i margini di errore, ma non li ha azzerati. Il primo controllo riguarda la completezza dei dati: l’Agenzia inserisce automaticamente Certificazione Unica, oneri deducibili e detraibili, ma spetta al contribuente verificare che non manchino redditi o spese, soprattutto quelle non comunicate da terzi. Un secondo punto critico è la finestra per correggere: il 730 già inviato tramite applicativo web può essere annullato una sola volta entro il 22 giugno 2026, mentre per integrazioni successive a proprio favore si ricorre al 730 integrativo entro il 25 ottobre.
C’è poi una regola di buon senso che pesa sul portafoglio: la rapidità conviene. Per chi ha diritto a un rimborso IRPEF, il mese di accredito dipende da quando si invia la dichiarazione. Presentare il 730 entro maggio significa vedere il rimborso già nella busta paga di luglio; rinviare a fine settembre sposta il conguaglio a novembre o dicembre. Per chi attende un credito consistente, magari da spese mediche o interessi sul mutuo, anticipare l’invio è una scelta concreta e non solo una questione di ordine.
Le scelte facoltative: 8, 5 e 2 per mille
Nella parte finale del modello compaiono tre riquadri che molti contribuenti scorrono senza fermarsi, e che invece meritano attenzione. Si tratta dell’8×1000, del 5×1000 e del 2×1000, tre quote dell’IRPEF già dovuta che non comportano alcun costo aggiuntivo e che non si escludono a vicenda: si possono compilare tutte e tre nella stessa dichiarazione. L’8×1000 è destinato allo Stato o alle confessioni religiose, il 2×1000 ai partiti politici, mentre il 5×1000 è lo strumento pensato per sostenere enti del Terzo Settore, ricerca scientifica e sanitaria, Comuni e altre realtà sociali.
Sul 5×1000 vale la pena spendere una riga in più, perché è la scelta più trascurata per superficialità. La quota corrisponde allo 0,5% dell’imposta netta, e per chi vuole sapere a quanto ammonta concretamente la propria parte esistono guide pratiche su come calcolare il 5 x mille a partire dall’IRPEF versata. Per esprimere la scelta basta firmare nel riquadro della categoria desiderata e indicare il codice fiscale dell’ente: se si lascia tutto in bianco, quella frazione resta nelle casse dello Stato invece di raggiungere una causa specifica. Anche chi non è obbligato a presentare la dichiarazione, come molti pensionati, può destinare il 5×1000 tramite la scheda allegata alla Certificazione Unica. Pochi secondi di attenzione, in fondo a un modello che si compila comunque, fanno la differenza tra una quota dispersa e un contributo che arriva a destinazione.
